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La crisi educa, l'estero ci salverà: riflessioni di ONEMEDIT

Da ONEMEDIT -

<< Sentiamo il bisogno di dire la nostra e di esprimere un incoraggiamento in un momento di forte confusione e timore per le sorti dell’economia italiana. Salari bassi, prezzi crescenti, contrazione della domanda sul mercato interno sono segnali inequivocabili di una crisi a lungo annunciata e che ora sembra essere arrivata. La crescita del prezzo del petrolio e l’aumento dei tassi di interesse stanno colpendo direttamente i cittadini ed indirettamente molti dei settori dell’economia italiana. Segnali preoccupanti arrivano dalle costruzioni, la cui crescita incessante per almeno un decennio, si è fermata di colpo, dal settore dell’automobile che con cali delle vendite del 20% restituisce in numeri la misura della paura del consumatore, dei settori alimentare e dell’abbigliamento dove la contrazione dei consumi è da tempo in atto con numeri altrettanto significativi.

Che l’Italia si svegli e solo oggi capisca la situazione è un segnale di irrazionalità collettiva. Solo pochi mesi fa acquistavamo case ed automobili con finanziamento al 100% e questi segmenti di mercato facevano registrare tassi di crescita da paese emergente. Cosa è cambiato? Non poco ma soprattutto la percezione di una realtà che è seria e che abbiamo rifiutato di considerare a lungo.

La situazione è la seguente:

- un modello di consumo che è al di sopra delle nostre possibilità perché se l’economia non cresce non possono crescere i salari in termini reali;

- una serie di aziende in difficoltà perché fortemente legate al mercato interno;

- una macchina pubblica piuttosto pesante che chiede a priori ed a prescindere dall’andamento dell’economia.

Se per un attimo solleviamo lo sguardo fuori dal nostro paese ci accorgiamo che l’Italia fa parte di un sistema economico che sta subendo le stesse condizioni (petrolio, commodities, tassi di interesse) ma mentre da noi siamo all’isterismo collettivo, in altre paesi si fa del pragmatismo virtù. Se la benzina cresce si usano i mezzi pubblici, se il cibo aumenta si mangiano le patate, se l’abbigliamento non ce lo possiamo permettere si usano i capi dell’anno scorso. E poi (chi può) investe i risparmi in forma diversa dagli immobili e dai cellulari di ultima generazione: in scienza e conoscenza, in produzione domestica di energie rinnovabili, in sostenibilità ambientale.

Cosa c’è di buono nella crisi che ci viene incontro:

- ridurremo le emissioni di gas serra senza scomodare protocolli internazionali e gli inutili G8;

- ridurremo gli sprechi di cibo con beneficio della salute e dell’ambiente;

- verremo ri-educati a quel risparmio che è un tratto distintivo della nostra cultura contadina abbandonata solo una o due generazioni fa e di cui oggi sembra necessario riscoprire il valore.

Detto così sembra un ritorno al passato che molti temono per quell’irrazionalità che contraddistingue qualsiasi passaggio critico nel nostro paese. Ma non abbiamo speso fiumi di parole in difesa dell’ambiente, della salute del consumatore dai rischi del consumismo (in primis la salute per gli eccessi alimentari), non abbiamo stigmatizzato il traffico urbano, emissioni nocive, il PM 10 e le diossine?! Forse sapevamo tutti dentro di noi che non poteva andare avanti così ma si stava così bene.

Forse la crisi, come tutte le crisi porta in se il seme di qualcosa di nuovo e migliore. Qualcosa che ci renderà un sistema attento ai consumi e aperto all’evoluzione degli altri paesi da cui è possibile ottenere quella spinta economica che noi per motivi demografici oggi non possiamo avere. Forse ricominceremo dall’uso intelligente delle nuove tecnologie che ci permettono ad esempio di parlare e vedere chiunque in ogni parte del mondo contemporaneamente a costo praticamente nullo evitando di fare migliaia di chilometri per andare ad incontri perfettamente inutili. Forse ricominceremo da un’università che laurea solo chi ha un livello di conoscenza dell’inglese idoneo a parlare con tutto il resto del mondo che presuppone una futura classe dirigente pubblica e privata più sensibile e idonea a relazionarsi con l’estero o magari da un sistema sociale che possa garantire l’ingresso e la mobilità nel mondo del lavoro con equità di trattamento tra pubblico e privato.

Si potrebbe dire che sono cose facili a dirsi ma difficili a farsi. In realtà no, perché basterebbero pochi mesi e tanta buona volontà per impostare un paese nuovo in grado di perseguire nuovi obiettivi nell’arco di cinque o dieci anni.

Possiamo concludere riassumendo con questo concetto: siamo un paese cresciuto sul lavoro ed il risparmio che oggi ha una capacità produttiva che eccede la domanda interna. Potremo sopravvivere solo attraverso le capacità delle aziende di rimanere inserite nell’evoluzione che interi continenti stanno affrontando. Questo è possibile solo attraverso una riscoperta del valore del lavoro, del risparmio, della parsimonia e dell’investimento in conoscenza. Un sistema di questo tipo genererà una classe di dirigenti adeguata ai tempi.

Molti tra di voi lettori sono già proiettati nel futuro; un recente sondaggio che abbiamo fatto tra le aziende dimostra che chi ha creduto nelle risorse giovani aperte al mondo sta vivendo ritmi di crescita molto positivi.

Per gli altri è venuto il momento delle decisioni.

Abbiamo sempre sostenuto che l’internazionalizzazione fosse la capacità di capire se stessi nel mondo che ci circonda. Inizia dalle persone, passa attraverso l’educazione e la formazione, per diventare produttività e capacità di governo.  >>

Fonte: Newsletter Onemedit.com

 

25/07/2008

 

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